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La “grande” storia dei Diapa-Son



La “grande” storia dei Diapa-Son


Intervista a Carlo Coppoli dei Diapa-Son


a cura di Stefano Santini



Risulterà abbastanza curioso che i miei primissimi approcci al magico mondo della salsa, intorno al 1995, siano casualmente avvenuti presso il locale romano Alpheus, dove si esibiva spessissimo il Grupo Diapa-Son. All’epoca,  la formazione musicale romana proponeva diversi brani che successivamente avrei identificato come pezzi storici di Manolin e di NG la Banda. Ho incontrato Carlo Coppoli, voce del gruppo, con lui abbiamo ripercorso la storia dei Diapa-Son ricordando i grandi avvenimenti musicali degli anni ’90 e lo sviluppo della salsa a Roma.

D- Carlo, raccontami come nascono i Diapa-Son

R - I Diapa-Son nascono nel 1988 come gruppo di son tradizionale, originariamente erano un “ottetto”. Alla fine del 1990, la formazione subì dei cambiamenti. Il tresero lasciò il gruppo e decisero di prendere un nuovo cantante. A quell’epoca, io già suonavo in un gruppo di son tradizionale, un quartetto per l’esattezza. Conoscevo già molti componenti della formazione originale di Diapa-Son, ma proprio in occasione del mio inserimento, parte della formazione cambiò.

D – Premesso che all’epoca arrivava poca musica da Cuba, mi domando come vi sia venuta l’idea di suonare musica tradizionale cubana.

R- Infatti non ho iniziato subito con la musica cubana, io ho cominciato con la salsa. In particolare ascoltando un disco di Tito Puente: Live in Montreux Jazz festival del 1980. Poi ho conosciuto i fratelli Ugueto e sono entrato in contatto con la comunità venezuelana di Roma. All’epoca esisteva una sola discoteca di salsa a Roma, si chiamava M1 e si trovava dalle parti di Via Veneto. Era poco frequentata da italiani … ogni sera ne trovavi al massimo quattro o cinque. Erano tutti venezuelani, nicaraguensi, qualche peruviano. Si ballava la salsa di New York: Ray Barreto, musicisti della Fania. Immagina che il primo pezzo che ho suonato è stato Juan Pachanga, nella versione della formazione storica di Ray Barreto.

D – Oltre a cantare cosa suoni?

R – Io ho studiato percussioni. Ho studiato batteria con Massimo D’Agostino. Poi ho studiato timbales con Giovanni Imparato e con Paulo La Rosa

D – Quando è avvenuto il tuo “passaggio” alla musica cubana?

R – Nel 1985 mi arrivò tra le mani una musicassetta cubana. Una musicassetta dei Van Van che conteneva alcuni vecchi pezzi tipo “Que Pista” e “Sandunguera”, vi cantava ancora Israel Kantor. Ci rendemmo immediatamente conto che ci trovavamo di fronte a delle sonorità diverse. Ci colpirono molto. All’epoca suonavo con Yemayá insieme a Kairo Flores. In quegli anni, Yemayá e Caribe erano gli unici due gruppi musicali che operavano a Roma e dintorni. Entrambi i gruppi erano nati dalla spaccatura di un altro gruppo che si chiamava Serpiente Latina.

D - Mi hai nominato diversi gruppi. Mi rendo conto che all’epoca esistevano diversi gruppi italiani che suonavano salsa.

R – Ne esistevano alcuni. L’esplosione dei gruppi che suonavano salsa è avvenuta intorno alla fine degli anni ’80. Negli anni precedenti esistevano solo quelle due formazioni importanti: Yemayá e Caribe. Quindi arrivarono i Chirimia, i DiapaSon e i Raiz. I DiapaSon iniziarono a farsi conoscere nel 1990, erano una formazione tutta italiana, cosa molto peculiare a quei tempi! Nel 1991 arrivò anche un gruppo chiamato Azucar da un’ idea di Roberto Evangelisti e Paulo La Rosa, molto all’avanguardia perché si rifaceva un po’ alle sonorità del songo. Paulo suonava già da tempo i timbales con la cassa, aveva studiato con Changuito e amava suonare come lui.

D- Insomma, mi stai raccontando la “Storia della Salsa” a Roma.

R – Ricordo una cosa molto bella, in quegli anni esistevano due locali a Via dei Fienaroli, dietro “Campo de’ Fiori”, uno era il “Grigio Notte” l’altro si chiamava “Mambo”. Erano locali abbastanza piccoli e noi suonavamo in nove-dieci persone ammucchiate l’una sull’altra, con impianti di qualità infima. Si suonava quasi tutti i giorni e capitava di suonare noi al Grigio Notte, mentre al Mambo suonavano gli Azucar o i Chirimia. Nelle pause, tra un set e l’altro, si andava nel locale vicino per ascoltare l’altro gruppo che suonava. C’era una certa rivalità magari, questo si.

D- Magari era uno stimolo a fare sempre meglio, no?

R- Beh, noi eravamo un gruppo tutto italiano che “osava” suonare salsa. Era una sorta di sfida anche perché, in realtà, più che salsa suonavamo proprio son cubano. Avevamo in repertorio Rumbavana e Son 14. Intorno al 1992, arrivarono i successi di Juan Luis Guerra e noi ci cimentatammo nel rifacimento di alcuni suoi pezzi … una bella sfida. In quegli anni iniziavano anche a sentirsi i primi gruppi cubani a Roma. La prima volta dei Los Van Van in Italia, se non sbaglio, dovrebbe risalire ad un festival organizzato a Rimini, al Bandiera Gialla. La prima volta dei Los Van Van a Roma, risale sicuramente a Giugno/Luglio del 1992 a Villa Borghese.

D- Negli anni precedenti non esistevano tour di gruppi Cubani?


R- La prima presenza eclatante di gruppi cubani a Roma, risale al febbraio 1985 in occasione di un mitico festival organizzato da Gianni Minà al teatro tenda che allora si chiamava “Seven Up”. Erano presenti Irakere, Aragon, Rumbavana e altri grandi artisti. Uno spettacolo così non lo dimenticherò mai. Iniziarono una serie di festival caraibici a Villa Borghese, arrivarono tanti musicisti della scena salsa di New York, come Celia Cruz e Willie Colon e Ruben Blades. Accade poi una cosa bellissima, arrivarono Los Van Van …

D- Con Israel Kantor?


R- No, Israel Kantor già era andato via. Anzi, pensa che dopo essere andato via dai Los Van Van, Israel Kantor si fermò  a Roma per sei mesi (1991). Era amico di Roberto Evangelisti e Paulo La Rosa e quindi si  trattenne a cantare per un po’ di tempo con Azucar.

Arrivò anche Horacio “El Negro” Hernandez, un batterista famosissimo. Quell’estate era in tour, anche lui iniziò a suonare con gli Azucar.
Immagina che abbiamo avuto nomi del genere che si esibivano a Roma in quel periodo.

Chi li vedeva esibirsi non sapeva di avere davanti un pezzo di storia della musica cubana. Come ti dicevo, arrivano Los Van Van, con Angel Bonne, e Changuito.
Ti racconto una cosa divertente, tutti pensavano di ascoltare i loro brani famosi e invece Juan Formell esordì con un poutpourrì di Chachacha, affermando di sapere che agli italiani piace molto. Noi invece pensavamo tutti di ascoltare il songo. Nel 1994, con l’arrivo di alcuni cubani a Roma, arrivò anche Reynaldo Hernandez per insegnare percussioni nella scuola “Timba”.

Decidiamo di integrarlo nel gruppo e avviene la svolta decisiva. Lui ci consigliò e ci insegnò moltissimo, cosa fare, quando fare una determinata “cosa”, dove inserire uno “stacco”, furono degli anni molto proficui.
Tutto quello che so l’ho imparato da lui … naturalmente, lasciai i timbales. Lui suonava la batteria, ma lo faceva alla “afrocubana”, proponendo delle sonorità veramente originali.

Il gruppo fece un successo incredibile, tutti italiani con un cubano. Fu la nostra epoca d’oro. Intorno al 1996-97, Reynaldo ci lasciò per suonare con Gipsy King, e fummo costretti a cercare un nuovo timbalero/batterista. Per fortuna, nel frattempo molti italiani avevano studiato ed imparato a suonare i timbales, molti di loro erano proprio allievi di Reynaldo.
Per cinque anni filati, la formazione rimase stabile con dieci persone.
Fu una cosa molto importante. Tieni conto che intorno a quegli anni iniziarono a spuntare gruppi di quattro-cinque elementi che suonavano con le basi, mentre noi continuavamo a “suonare”. Poi, noi eravamo un gruppo a cui piaceva interagire e giocare con il pubblico ….

Per questo ci prendevano anche in giro. Io ebbi l’idea di proporre “la Bola” di Manolin el medico de la Salsa. Lo avevo visto alla Habana ed ero ritornato con la voglia di riproporre la canzone.
Era una canzone che si prestava molto bene a far “muovere” il pubblico con la mimica che proponeva Manolin. A questo proposito, abbiamo anche registrato una versione di “La bola” in napoletano, l’hanno “passata” anche a Radio Taino di Cuba ed è piaciuta da morire.

A quel tempo venivano pochissimi gruppi stranieri in tourné, quindi era facile essere ingaggiati. Poi, alla fine degli anni ’90, iniziò il nostro ”periodo especial”, cioè un periodo oscuro. I locali, iniziarono a non richiedere più i gruppi. Inizia l’era d’oro dei Dj e degli animatori.
Siamo stati molto fortunati a sopravvivere a quel periodo, abbiamo suonato soprattutto fuori Roma.
Comunque abbiamo suonato anche nelle prime edizioni del festival latino americano di Roma (Fiesta). Abbiamo partecipato a Latinoamericano di Milano, di cui abbiamo anche inciso la sigla.

D- Interessante, non lo sapevo … e non credo di aver mai ascoltato quel brano


R- Eppure, c’è qualcuno che ancora lo propone. Ci arrivano ancora i “proventi SIAE” per i ”passaggi” in discoteca. Di quel brano ne esistono due versioni e addirittura un remix.

D – Con quale casa discografica?

R – La IRMA Records. Dopo essere stati invitati da Nanni Moretti a suonare nel fim “Caro Diario”, ci proposero addirittura di registrare un prodotto tutto nostro.
Forse non ti ho raccontato del film con Nanni Moretti (estate del 1992) “CARO DIARIO” uscito nelle sale nel 1993, con partecipazione al festival di Cannes in un grande concerto di celebrazione. Insomma, dopo quell’esperienza abbiamo fatto un disco di evegreens intitolato “Aaaaah huu, Mambo”, con una casa discografica chiamata Emergency e distribuito dalla Sony. I primi mille dischi sono stati messi in vendita e sono andati subito esauriti.
Poi, non è stato più ristampato, non so perché. Pensa che in quel disco suona con noi José Luís Cortés “ El Tosco” e Miguel Angel de Armas “Pan con Salsa”. Per quel disco abbiamo inciso una versione di “Oye Como va “con una assolo di flauto di “El Tosco” che ha dell’incredibile.

D – Avete suonato con El Tosco …incredibile.

R- Non solo, al Palladium è salito sul palco con noi addirittura Tito Puente. Era in tourné in Italia. Ho il video a casa.

D- In questi anni, non avete più suonato a Roma? Oggi, cosa stanno facendo i DiapaSon?

R - Abbiamo fatto poco …abbiamo suonato soprattutto fuori Roma. Ora stiamo tornando a suonare in alcuni locali della capitale. Nuova energia ce l’hanno fornita due giovani nuovi componenti. Il batterista ha 24 anni ma una serie di collaborazioni alle spalle, ha studiato con Changuito dopo il conservatorio.

Parallelamente, stiamo lavorando su alcuni pezzi nostri, stiamo scrivendo e “montando” i brani al computer, anche se poi non sarà usato per suonare. Anni fa abbiamo riarrangiato dei pezzi italiani in salsa, cantati in italiano …ma non hanno avuto successo. Direi che non fosse il periodo giusto.

D – Quali sono le difficoltà per un gruppo italiano che vuole realizzare un CD salsa?

R- La prima difficoltà è di tipo artistico … è scrivere un pezzo originale valido.
La seconda difficoltà è registrare la tua musica. Sembra banale ma non lo è, ecco perché la salsa che viene prodotta in Italia in larga parte realizzata con strumenti campionati.

E’ una spesa non indifferente. Tieni conto che un brano singolo, la sigla di Latinoamericano che abbiamo registrato nel 1997 ha necessitato di due turni di sala di registrazione, un giorno per fare le basi e un altro per voci e missaggio.

Fu una spesa notevole, per fortuna eravamo completamente spesati. Una volta inciso (quando hai inciso) un  un CD, hai il problema della distribuzione. Chi te lo distribuisce?

D – Eppure ci sono dei prodotti italiani che vengono distribuiti. Anche se sono un po’ critico sulla qualità di questi dischi. Sono dei prodotti molto commerciali.

R – Francamente non capisco quali criterio venga utilizzato per selezionare gruppi e pezzi. Molti brani mi lasciano perplesso. In alcune compilations sono inclusi pochi pezzi validi e ben suonati insieme a brani molto discutibili. Chi produce questi dischi ha un criterio molto personale nel selezionare della musica da proporre, io non capisco questo criterio, però!


 

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